Un  chitarrista si è affacciato alla ribalta del jazz italiano; la storia un pò patetica, della sua affermazione sembra scritta da Edmondo De Amicis

IL "CUORE"  DI CUSUMANO

Giuseppe Cusumano, detto Joe,sarebbe piaciuto a Edmondo De Amicis, che sulle vicende della sua vita, in cui si intrecciano e si accavallano ingenuità,delicatezza passionalità,poesia, purezza,sensibilità, avrebbe potuto scrivere un racconto . Invece che <<Dagli appennini alle Ande>>, <<Dalla Sicilia a Milano>>.  In realtà il racconto della sua vita è patetico, commovente: Cusumano è il giglio candido che a costo di grossissimi sacrifici, è riuscito ad inserirsi nella giungla dell'entertainment musicale conservando intatta la sua purezza. Cusumano suona la chitarra eletrica: la suona con tecnica ammirevole e con vibrante feeling. Il suo gioco ricorda un poco quello di Wes Montgomery, ma la sua ammirazione per Johnny Smith prende spesso il sopravvento. La sourplesse di Barneryn Kessel è sempre presente. Il suo fraseggio è aggressivo, dinamico, molto logico e sorprendentemente raffinato. E' proprio questa raffinatezza che colpisce al primo ascolto, perche' il chitarrista siciliano quando imbraccia il suo strumento si scatena con forza di un ciclone:

inizia l'assolo stando seduto, ma dopo una dozzina di misure è giàin piedi, e di lì a poco eccolo, travolto dalla sua stessa foga, piegato all'indietro fino a sfidare le leggi dell'equilibrio. Costretto per anni a suonare in locali noturni con gruppi di musica leggera, Cusumano ha sofferto in silenzio senza però mai rassegnarsi. Appena gli si presentava l'occasione, infatti, proponeva un tema jazzistico; anche nel corso di esecuzioni inequivocabilmente "commerciali" introduceva quasi di soppiatto variazioni improvvisate. Nell'italia settenrionale, Cusumano è giunto dalla natia Sciacca nel 1958, slle ali di un insperato successo radiofonico e televisivo riportato nella trasmissione <<Campanile d'oro>>; e le molte ore trascorse quotidianamente a casa, per anni e anni, sotto l'occhio vigile e severo di Antonino, il fratello maggiore, a praticare la chitarra "jazz", e quindi, la brillante tecnica strumentale acquisita, gli hanno permesso di entrare nei più accreditati complessi della Milano by night. Cusumano suona all'Astoria, e nei più noti locali notturni con vari gruppi di musica leggera; ma appena le sue viigili orecchie captano la notizia di qualche riunione jazzistica, eccolo, una volta terminato il lavoro regolare, partire, in quarta con la sua brava chitarra e il relativo amplificatore. Sempre sorridente, con quello sguardo un poco incerto, velato da spesse lenti, sempre entusiasta, sempre accomodante. Ma di jazz non si vive, in Italia; e Joe si rende conto, col passare del tempo, che il suo destino è inevitabilmente legato alla musica leggera. Tanto grande è la sua amarezza che un fortissimo esaurimento nervoso lo aggredisce  dopo sette lunghi e tormentati anni di lavoro "leggero". Decide allora di tornare al paesello, e in Sicilia ritrova, con il sole, il calore umano, la comprensione; e trova anche l'incoraggiamento del fratello Antonino che lo sprona a reagire e a sperare nel jazz.Perchèil jazz per Joe (e Antonnino lo sa bene) è tutto.Dopo poche settimane trascorse in famiglia sente nascere in lui una nuova determinazione.La constatazione,poi, che le sue rimesse pecuniarie non rappresentano più una necessità impellente  per i genitori lo induce a ripercorrere la strada verso il nord che aveva intrapreso sette anni prima. Ma ora i suoi propositi sono ben diversi. Cusumano intende dedicarsi esclusivamente a jazz, costi quel che costi. E il chitarrista conosce ben pr iniziesto il prezzo di questa sua vocazione: la disoccupazione, agli inizi è quasi costante. Ma a Milano c'è Giorgio Vanni, il gestore del Capolinea, un locale dove si suona soltanto jazz; e da lui capita una sera il chitarrista. Vanni si rende subito conto del  valore del ragazzo e lo ingaggia nel complesso stabile del Capolinea. A Cusumano sembra di sognare, di tocare il cielo con un dito anche se la paga non può che modesta. Di solo jazz, come s'è già detto, non si vive in Italia; il chitarrista riesce a viverci ugualmente. <<Io non ho vizi e mi concedo soltanto l'essenziale per campare. Il mio unico vizio è il jazz>>.                                                                                                                                                                                     e il jazz alla fine, non lo tradisce. Giunge a Milano il Maestro (cosi lo definisce, con estrema deferenza, il chitarrista), cioè Joe Venuti, con il suo violino eternamente giovane. L'inverno 1971 se ne sta andando, fa ancora freddo, ma Venuti si aggira per la città irequieto: non può stare neppure un giorno senza suonare e diventa un habituè del Capolinea. Lì conosce Cusumano, riportandone una più che positiva impressione, tanto che, il suo accompagnatore ufficiale, il qualificatissimo Lou Stein, se ne torna in America, Venuti per rimpiazzare il partente, oltre a un pianista nuovo (che è Mario Rusca, un altro elemento fisso del Capolinea) vuole al suo fianco anche il chitarrista di Sciacca. Da quel momento Cusumano  in simbiosi con Venuti. Ascolta, assimila, adora, venera,idolotra,fa tesoro dei consigli del violinista. Il suo selvaggio istinto gli suggerisce che Venuti è (stando alla sua tipica  ricorrente puntualizzazione) "l'uomo giusto", l'uomo mandato dal destino. Quando poi nel corso di una esibizione, il Maestro si concede in quattro misure a testa  con il chitarrista, oppure lo lancia in un assolo, oppure lo incita a "soffiare" un altro chorus, Cusumano diventa l'essere più felice della terra. Lo sarebbe,comunque,anche se Ventuti gli consentisse soltanto di accompagnarlo.                                                                     Joe Venuti, musicista di lunghissima esperienza, ha subito intravisto la possibilità di utilizzare efficacemente la qualità del ragazzo. Ha scoperto in lui una grande carica di passionalità e di ispirazione (rozza,selvaggia, ineducata, ma pur isempre ispirazione) e ha capito anche che il chitarrista puo' rappresentre per lui una valididissima spalla. Cusumano che ha tanto bisogno di avere accanto a sè qualcuno che gli infonda fiducia, che gli presti attenzione e che gli faccia "sentire" un pò di affetto, ora non suona che per il violinista. Lo terrorizza solo un pensiero: quello di recarsi negli Stati Uniti con il Maestro. in effetti Venuti lo vorrebbe con sè anche oltre oceano, e non soltanto per farlo suonare al proprio fianco, ma per farlo conoscere, per lanciarlo sul piano internazionale. Venuti gli farebbe da manager. Ma Cusumano teme l'imprevisto, teme l'eccessiva lontananza da casa, teme di ritrovarsi ad un tratto, solo e abbandonato e, più di tutto teme di essere nuovamente incastrato negli ingranaggi del showbusinnes,da cui è appena uscito qui in Italia. Personalmente sono convinto che Cusumano finirà per restare qui tra noi e che pur con la morte nel cuore, pronuncerà il fatidico "arrivederci" al suo venerato Maestro. Milano, tutto sommato, gli è ora prodica di piccole (ma al chitarrista paiono enormi) soddisfazioni jazzistiche; il Capolinea rappresenta la sua nuova casa, Giorgio Vanni e Concato Piccalunga (padre del famoso Fabio Concato,ex,e assiduo frequentatore del locale) che gli paiono quasi due fratelli, con la ristretta ma fervente schiera di ammiratori....                                                                                   così, anche se un pezzettino del suo cuore partirà con Venuti, Joe Cusumano non varcherà l'oceano rinunciando a un probabile grande successo. Resterà tra noi a proporci, inarcandosi come una balestra, socchiudendo gli occhi perennemente smarriti e arricciando il naso sotto la pesante montatura degli occhiali, con una modestia e un disinteresse quasi irritanti (ma che entusiasmerebbero un De Amicis jazzistico), la sua franca, passionale espressione, la sua solida professionalità, il suo focoso temperamento musicale. E all'appassionato che l'applaudirà, alla fine dell'esibizione, rivolgerà quel suo sguardo timoroso in cui facilmente si legge: <<Tu sei l'uomo giusto>>.                

 BRUNO SCHIOZZI